SUPERMAN 1978 – LA PORTA GIREVOLE
La sequenza perfetta – parte I
Cosa accade quando ci troviamo di fronte a un personaggio che fa da perno?
Cosa accade quando ci troviamo di fronte a personaggi che si muovono su direzioni che si appongono?

Cosa accade quando ci troviamo di fronte a significati visibili sullo schermo, ma nascosti?
Significati che il nostro inconscio coglie benissimo.
Accade che ci troviamo di fronte a una scena formalmente e sostanzialmente perfetta. Una sequenza leggera massimizzata però con valori importanti. E questo è possibile? Una volta lo era. E lo vediamo proprio in questo spezzone del Superman di Donner. Proprio il Superman del 1978. Il concetto che è alla base della scrittura del film di Donner è relativamente semplice. Clark Kent (Superman) è rimasto il solo a vedere il bene, il buono nella gente. Questo è reso evidente quello che Lois rimanda proprio a Clark mentre escono dal Daily Planet a fine giornata.
Lois: Sai Clark, ci sono rimaste pochissime persone al mondo
che vedono nel prossimo la qualità di cui parli.
Clark: Quale qualità?
Lois: La bontà.
Clark: Ah, io lo trovo così normale.
Il concetto chiave che Clark è il solo a vedere il buono, il bene nella gente, ruota tutto attorno all’atto del vedere. E allora fermiamoci un attimo di fronte alla porta girevole che fa da ingresso e da uscita al Daily Planet. Questo oggetto scenico diventa metafora dell’atto del vedere. Attraverso la porta a vetri infatti si può vedere, proprio come fosse un occhio, e proprio come il nostro atto di vedere, ruota e gira.
Proviamo anche noi a creare un mito così come fece Platone con la sua Caverna. Immaginiamo una persona che rimane intrappolata dentro il Daily Planet, dentro un giornale. Unica possibilità che ha di vedere è proprio attraverso i vetri, in particolare i vetri della porta girevole. Vedrà, cioè, il mondo secondo quanto produce il giornale e secondo quello che vede attraverso la porta girevole. Proprio come nel mito della Caverna di Platone gli schiavi incatenati sono “liberi” di guardare le ombre che vengono proiettate. Quel caleidoscopio di immagini sono i vetri girevoli che fanno da ingresso ed uscita al giornale. È vero che noi possiamo entrare e uscire dal giornale, ma lo facciamo attraverso quella porta girevole. Il mondo quindi verrà visto secondo la porta girevole. L’ingresso e l’uscita della lettura che abbiamo del mondo è dato metaforicamente proprio da quella porta, che diventa porta di accesso al reale. E qui sta il punto: quale reale? Gli occhiali finti, che indossa Clark, sono metaforicamente gli occhiali finti che indossiamo noi, a seconda del personaggio che scegliamo per vivere nel palcoscenico della nostra realtà, nel palcoscenico del mondo; e ci consentono di vedere una realtà, che, appunto, non corrisponde al vero.
Siamo sicuri che ci consentono di vedere una realtà che corrisponde al vero? Quando, infatti, la ruota delle illusioni, la porta girevole, si inceppa, quegli stessi occhiali tendono a rompersi. Permettendo, forse, agli occhi di vedere o iniziare a intravedere il vero dietro l’illusione. Insomma l’incepparsi della porta, Clark che si inceppa all’interno della porta, altro non è che quello schiavo che è riuscito a liberarsi dalle catene e che voltandosi indietro vede da cosa quelle immagini (che prima vedeva) sono generate, cercando una via di uscita alla Caverna. Come se il personaggio immaginario che abbiamo pensato essere intrappolato all’interno del Daily Planet, liberandosi della visione del caleidoscopio, della porta girevole, potesse iniziare a vedere la realtà per quella che è: ovvero per il vero.
Clark qui si scontra con la sua stessa capacità o meglio fa qualcosa di diverso. Essendo rimasto tra i pochi a vedere il bene, Bene maiuscolo, è capace di interrompere il ruotare delle illusioni, il ruotare delle ombre scambiate per il vero delle cose. Scontrandosi contro il vetro, sottolinea che vedere attraverso non è vedere all’interno. La metafora fisica della porta che gira ci toglie il significato in eccesso, il vedere le cose e ci permette di collegarci inconsciamente con quello interno. Vedere le cose è una cosa, vedere nelle cose (il vero) è tutt’altro. Clark rappresenta l’ingenuità di cui si deve rivestire Superman perché un tempo solo al foolish shakespeariano era dato di dire la verità, ma in una società che si evolve dove la follia è solo follia il ruolo del foolish viene sostituito da quello dell’ingenuo, come già brillantemente espresso ne L’Idiota di Dostoevskij. Altre possibilità per dire la verità non ci sono. La scena quindi è costruita su opposizione di maschere, visivamente resa con opposizione di direzione o meglio versi di direzione.
La prima opposizione la vediamo qui: è quella che compie Lois.

Chi è Lois? Cosa rappresenta? Lois rappresenta l’autenticità, però quella autenticità che meglio possiamo definire come schiettezza, quella, cioè, di chi è in contatto con il proprio Sé, in contatto con la propria identità. Quindi precisa, delineata, in contatto con le proprie emozioni, con ciò che sente. Lois sa, cioè, di sé esattamente cos’è, sa esattamente chi è, ed è spontanea in questo, lo manifesta all’esterno senza troppi filtri, senza maschere. Questa caratteristica fa sì che lei possa vedere, riconoscere chi porta una maschera, ma di non vedere il vero che c’è dietro la maschera. Intuirà successivamente che Clark probabilmente è Superman, ma la verità di Superman è un’altra cosa. Può ipotizzare di dare, infatti, un nome a quello che c’è dietro la maschera, ma non può, non sa esattamente, cos’è quello che c’è dietro la maschera. La schiettezza, infatti, pur essendo in certo qual modo autenticità, non è ancora il vero della autenticità.
Il movimento che fa Lois qui è molto interessante perché mentre stanno uscendo, quindi mentre si va verso fuori, verso la realtà “vera” (non quella prodotta dal giornale, letta dal giornale, o meglio la realtà proiettata dal giornale), Lois si volge all’opposto: uscendo torna, andando ritorna, si volge indietro esattamente come lo schiavo liberato nella Caverna di Platone: volge lo sguardo indietro. Nella naturalezza del gesto, nella naturalezza del movimento vediamo la propensione di andare verso l’altro, quindi l’aiuto da dare a Clark pur sapendo che Clark è probabilmente una maschera. E notiamo anche quella predisposizione interiore propria di quella autenticità che chiamiamo appunto schiettezza e che accetta il rischio di rimanere incastrata nella maschera dell’altro.
Apro una parentesi su una scena che non tratterò perché esula dall’analisi che stiamo facendo, ma che è molto interessante per comprendere la qualità di scrittura di questo film.
Guardate e fate attenzione a questo sistema di immagini.

La realtà qual è? Quella al di là dello specchio o quella al di qua dello specchio? Perché sono due realtà completamente diverse. Il fatto che riflettano le stesse immagini non significa affatto che siano la stessa cosa. La realtà, infatti, che vediamo nello specchio è la realtà che vediamo e viviamo quando indossiamo i nostri occhiali, quando indossiamo le nostre maschere, o quando guardiamo attraverso quella che è la nostra porta girevole. I personaggi che sono nello specchio sono la realtà che noi viviamo in queste condizioni: sono cioè le nostre maschere. Il lampadario che è in alto è una luce che illumina sì, ma illumina la scena, illumina cioè la scena della nostra rappresentazione, della nostra finzione. La fioca luce della abat-jour, invece, è quella piccola luce che ogni tanto prova, cerca di farci capire, di farci vedere, lascia intendere che forse c’è qualcosa che non va, che forse in quella rappresentazione che ci facciamo delle cose, della realtà, qualcosa non quadra; ma dove è la vera realtà? Quella con la V maiuscola? È al di qua dello specchio, ed è quella che ci svela la macchina da presa nel momento in cui non visto (e non visto neanche nello specchio) – lo vediamo soltanto noi – Kent si toglie gli occhiali: ecco il nostro obiettivo, tutta questa analisi serve a questo: a stare al di qua dello specchio, nell’angolazione giusta per poter vedere.
Torniamo a Clark che fa finta di incastrarsi nella porta girevole. A questo punto mi direte che è tutto normale: Clark ha subito un incidente, Lois si preoccupa e si volta, ma non è così perché l’incidente di Clark è intenzionale. Dopo che Lois ha notato la stranezza di Clark, il fatto che Clark vede il Bene (Bene maiuscolo), Clark le lancia un messaggio e lanciandolo a Lois lo lancia a tutti noi che guardiamo. Se ti volti verso chi vede quel Bene, noterai, forse, anche come si fa a vedere e a recuperare quella visione del Bene. Occorre cioè fermare il caleidoscopio, rompere gli occhiali del tuo personaggio, gli occhiali degli schiavi di Platone. Qui l’aiuto non è quello di Lois verso Clark, ma quello di Superman, nascosto dentro Clark, verso Lois. Attraverso la maschera Kal-El raggiunge Lois.
Se ti giri verso chi vede vedrai anche tu.
Nel prossimo articolo scopriamo che non tutti si girano.
Nel prossimo articolo vediamo chi è che non si gira: parlando del colore, del doppio e del simbolo del reale.
Irvin Gotta
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Pubblicato sul mio canale YouTube il 14 gennaio 2026 alle ore 21:50

